Il documentario ricostruisce la vicenda che ha visto Patrice Lumumba diventare, a cavallo fra la fine degli anni ‘50 e l’inizio dei ‘60, protagonista di primo piano del movimento anticolonialista che in quegli anni stava risvegliando le coscienze in tutto il “Sud del mondo”, e che sarà brutalmente assassinato dalla CIA con la connivenza delle altre potenze occidentali. Servendosi di una quantità stupefacente di filmati di repertorio, Joan Grimonprez racconta questa storia per mezzo di un un incessante e serratissimo contrappunto fra la narrazione politica e la musica afroamericana, rivelando un parallelismo folgorante fra queste due dimensioni.
«Quando un pesce piange nell’acqua, voi ve ne accorgete?»
proverbio congolese
La vicenda politica si articola fra gli interventi pubblici dei leader politici e degli intellettuali che vi prendono parte direttamente: vediamo così avvicendarsi i discorsi pubblici di Lumumba, la polemica dichiarazione d’indipendenza di fronte allo sguardo scandalizzato del re del Belgio; l’infiammare del dibattito al Palazzo di Vetro dell’ONU, fra gli interventi di personaggi come Krusciov, Eisenhower, Nkrumah, Castro; gli interventi appassionati di intellettuali del calibro di Andrée Blouin e Malcolm X; le interviste ai membri dei servizi segreti e ai mercenari che eseguirono brutalmente l’ordine di fermare il premier congolese.
«Sono un ambasciatore migliore di Kissinger»
Dizzy Gillespie
Il film però, e qui sta la sua peculiarità, si sviluppa sulle note e sulle parole di molti fra i musicisti jazz più importanti del momento, fra le tournée africane di Louis Armstrong e le interviste al candidato Presidente Dizzy Gillespie, fra le performance di Art Blakey, Abbey Lincoln, Nina Simone, Duke Ellington, Thelonious Monk, Miles Davis, Ornette Coleman, John Coltrane, Archie Shepp; la musica di questi artisti, lungi dall’essere pura e semplice colonna sonora agli eventi che stavano plasmando il destino della comunità internazionale, gioca un ruolo politico centrale e complesso. Le istituzioni statunitensi intendono infatti utilizzare queste voci come ambasciatrici della libertà e democrazia americane; questo ruolo, in un primo momento inconsapevolmente accettato, viene però sempre più criticato dagli artisti stessi in un crescendo di indignazione e rabbia che sfocia in una bruciante protesta, amplificata dalla loro enorme popolarità.
