Ci voleva una buona dose di coraggio per trasportare sul grande schermo “Il partigiano Johnny” il libro più epico, iconico, complesso, indefinibile sulla resistenza in Italia. E non solo perché Beppe Fenoglio lo lasciò incompiuto (fu pubblicato solo nel 1968 in una versione curata da Einaudi) ma anche per la difficoltà di rendere la lingua piena di neologismi, prestiti interlinguistici e costrutti ibridi che caratterizza il romanzo.
La trama del libro e del film è presto detta. Johnny, giovane studioso di letteratura inglese, dopo l’8 settembre torna alla sua città natale, Alba. Da prima viene aiutato dai genitori a nascondersi in una villetta. Ma ben presto sente l’esigenza di unirsi alle bande partigiane che operano nell’alta Langa. Si troverà a combattere da prima con una formazione di “rossi” e poi con i partigiani badogliani comandati dal mitico Nord. Così nel terribile inverno del ’44 Johnny, rimasto solo sulle colline coperte di neve, troverà quella maturazione personale che invano aveva cercato nei libri.
Il partigiano Johnny è un film di guerra che va oltre l’essenza dell’azione che lo spettatore si aspetterebbe. Piuttosto, ricorda che la vera etica in guerra (in questo caso, la causa antifascista dei partigiani), arriva con il duro sacrificio e quindi fame, paura, freddo e attesa. Una guerra sporca e antieroica filtrata dalla coscienza del protagonista che riflette, attraverso suoi più intimi pensieri affidati alla voce fuori campo, sui suoi dubbi, sulle sue convinzioni, sull’intera vicenda e sul contesto storico e politico.
Guido Chiesa è bravo a restituire l’atmosfera brutalmente realistica della guerra partigiana senza mai perdere di vista il tormentato percorso interiore di Johnny, intellettuale prestato alla guerriglia. In questo sforzo è perfettamente coadiuvato da Stefano Dionisi attore di cui aimè si sono perse le tracce.
