Un documentario che esplora la vicenda intima dei partecipanti della Global Sumud Flotilla, missione civile e non violenta che ha tentato di portare aiuti umanitari a Gaza, nel pieno dell’assedio e del genocidio perpetrato da parte di Israele, attuata via mare nel settembre 2025.
🎟️ Ingresso a offerta responsabile
★ Saranno presenti in sala il regista Lorenzo Baldi e una Rappresentante della Global Sumud Flotilla Veneto
Iniziativa sostenuta da Centro Pandora, Donne in Nero, ANPI, CGIL Padova, La Casa delle Donne Padova, Assopace, Sanitari per Gaza, L’otto d’ogni mese.
DALLA TERRA AL MARE
Uno stile riflessivo, tra il diario dell’attivismo e l’indagine storica, guidato dal flusso di coscienza dei partecipanti. Le numerose interviste si accompagnano alle immagini di una camera a mano intima e sincera. Sia un confessionale, che un racconto di azione, insieme a immagini d’archivio che connettono l’azione umanitaria alla storia della Palestina.
IL TEMA CENTRALE: LA MOTIVAZIONE A PARTIRE
Il film vuole essere una testimonianza intima dell’evoluzione dei partecipanti alla Global Sumud Flotilla, con un focus sulla preparazione e la riflessione politica.
Si snoda così un’indagine sulle motivazioni intime e su quelle storiche, che disegna una necessità di agire, una fede laica nell’azione umanitaria. Mossa anzitutto dalla compassione per i palestinesi, ma anche dall’amore per sé stessi e le persone care. Non da meno, dalla ricerca di un senso condiviso dell’umanità, per dare l’esempio alle future generazioni.
Il titolo Dalla terra al mare fa eco al grido per la libertà della Palestina, e racconta come l’amore del popolo palestinese per la sua terra si estenda via mare, incrociando affetti e desideri di persone di tutto il mondo.
RIFERIMENTI CONCETTUALI: TRA SUMUD PALESTINESE E LUTTO GLOBALE
Sumud in arabo significa perseveranza e resistenza all’oppressione, sia quotidiana che straordinaria.
Samah Jabr – psichiatra e psicoterapeuta palestinese – lo descrive come una risposta collettiva al trauma e all’oppressione. Al Manifesto ha raccontato:
“è una pratica psico-sociale che si traduce nella volontà individuale e collettiva di opporsi al dispositivo coloniale d’occupazione”.
All’Università di Bologna ha detto: “può essere condiviso al di fuori della Palestina e fungere da ispirazione anche per altri popoli”.
Lo possiamo legare a ciò che scrive Judith Butler – filosofa transfemminista statunitense, di famiglia ebraica, che da anni lotta contro il sionismo – in La forza della nonviolenza (2021):
“Se c’è una forza nella nonviolenza che emerge da questa presunta ‘debolezza’, essa può essere legata ai poteri dei deboli […] di stabilire l’esistenza per coloro che sono stati concettualmente annullati, di ottenere il lutto e il valore per coloro che sono stati considerati dispensabili, e di insistere sulla possibilità di giudizio e giustizia nei media e nelle politiche pubbliche”.
