Boatman
Un film di volti e voci, di legno e fango, di corpi vivi, un viaggio senza destinazione che ammalia e stordisce
Su una piccola imbarcazione, la macchina da presa di Gianfranco Rosi naviga per il Gange all’altezza della città di Benares, incontrando indiani e viaggiatori, con il fine di consegnarci il ritratto di una terra in cui i morti e i vivi rimangono in comunicazione grazie alle acque del sacro fiume.
Dai cadaveri immersi per la purificazione fino alle differenze dei sistemi di cremazione si tratteggiano gli sfuggenti contorni di un Paese fortemente impregnato di spiritualità.
Non si cercano definizioni certe, né precisi tagli di inquadratura, si segue piuttosto il corso delle acque sulla piccola barca di Gopal Maji, interlocutore perfetto di un discorso aperto in cui si annotano sensazioni e pensieri di autoctoni così come di strambi personaggi (un romano buddista immortalato nella posizione del loto, un genovese che parla di granchi e di spaghetti). Ne viene fuori un quadro delle credenze religiose e delle abitudini sociali del Paese, portato avanti senza nessuna programmaticità, ma retto da un’apparente e invidiabile semplicità, come galleggiasse su uno specchio d’acqua in cui la vita s’abbraccia alla sua negazione: un film di volti e voci, di legno e fango, di corpi vivi, corpi morti, corpi bruciati, un invito ad immergersi in un luogo che ammalia e stordisce, la ricerca di una vibrazione e di un modo diverso di concepire l’esistenza.
Scegliendo la ripresa in soggettiva e preferendo il bianco e nero al colore, il documentario non fredda ciò che ritrae, ma lo rende paradossalmente più vero e attiguo allo spettatore.
