Alberto e Natalino sono stati insieme partigiani nelle valli piemontesi. Ora, anziani, conducono due vite diverse. Natalino vive ancora in montagna, in una baita isolata, mentre Alberto, vedovo, trascorre l’estate in un pensionato, dove fa amicizia con Umberto, un anziano disabile in sedia a rotelle. Nel pensionato un giorno Alberto fa una scoperta inattesa e sconvolgente: Umberto è l’ufficiale delle brigate nere responsabile della morte del loro compagno Silurino catturato e orrendamente torturato dai fascisti repubblichini. Sconvolto, Alberto corre a rivelare tutto a Natalino. Non c’è che una soluzione: uccidere Umberto e mettere in atto quella vendetta covata per tutta la vita. Insieme preparano l’agguato, ma l’età gioca brutti scherzi. I nostri anni si fonda su questo elemento narrativo dell’incontro casuale, in un contesto pacifico e anche piacevole, di villeggiatura, di chi viene riconosciuto come un aguzzino di guerra, ora ridotto in uno stato fisico di debolezza, che fa risvegliare un passato drammatico, in realtà mai sepolto. È un film dalla struttura complessa che si basa, per i primi due terzi, su tre linee narrative in parallelo, seguendo singolarmente i due reduci della Resistenza alternando le loro esistenze nella vecchiaia con scene della memoria, in bianco e nero, della guerriglia nei boschi di montagna, delle nefandezze compiute dai repubblichini. L’ultima parte è costruita invece come un film di genere, o la parodia di un film di genere, con i due vecchietti, che fanno anche fatica a capire il funzionamento di un distributore automatico, che pianificano un omicidio. Un film in cui Gaglianone impasta un linguaggio emotivo dove conta il sentire ma anche l’udire, il vedere ma anche il percepire, il ricordare ma anche lo specchiarsi, realtà ma anche il sogno. Un film che ripropone ancora la domanda che percorre tutta la storia dell’Italia del dopoguerra: i morti da una parte e dall’altra sono tutti uguali?
Lungometraggio d’esordio di Daniele Gaglianone, I nostri anni è un film sulla Resistenza e sulla memoria della lotta partigiana, che si basa su uno snodo morale cruciale a distanza di cinquant’anni dai fatti, sui sentimenti dei reduci nei confronti degli aguzzini fascisti. Presentato al Torino Film Festival e alla Quinzaine des Réalisateurs.
